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"Bruciacchiati", quindi fieriIl nome deriva da un monastero dedicato alla Trinità, citato per la prima volta in un documenti del 1008. Il borgo fu tutt'uno con Sant'Albano Stura fino al 1412, quando Ludovico d'Acaja decise di separarli ed infeudò Trinità ai Costa. Nel 1554 anche Trinità subì pesantemente le guerre franco – imperiali. I francesi, non riuscendo ad impadronirsi del munitissimo castello, incendiarono il borgo; e da allora i trinitesi (che hanno pagato analogo tributo anche alle rappresaglie naziste del 1944) hanno il soprannome di "brusatà", che vuol dire bruciacchiati.
Piazza Umberto I è un salottino, chiuso da un basso poggio, su cui sorge l'attuale castello, in realtà il palazzo dei Conti Costa, di linee ottocentesche; al suo fianco, la Confraternita di San Giovanni Evangelista (i Battuti Rossi) al cui interno il quadro con l'effigie del santo titolare è opera del cheraschese Sebastiano Taricco; e la Chiesa della Compagnia di Santa Elisabetta, le umiliate, donne maritate o vedove (mai nubili) che partecipavano alle funzioni indossando un saio giallo.
Ai piedi della collina, la chiesa della SS. Trinità fu eretta a partire dal 1759 su progetto di Giovanni Battista Borra da Dogliani. L'artista, che veniva da anni di studio e di esperienze a Roma, in Oriente ed in Inghilterra, introduce qui alcuni elementi allora inconsueti in Piemonte, come il grande portico sormontato dalla balconata e la cosiddetta finestra termale.
Molte altre chiese punteggiano il concentrico ed il territorio di Trinità, come San Rocco e San Sebastiano, protettori dalle epidemie; ogni frazione possiede almeno una cappella, talvolta dalla strana intitolazione, come quella di borgata S. Giovanni dedicata alla Madonnina dei "pruché", i parrucchieri.
A sud-ovest di Trinità si estende un altipiano intensamente coltivato (anche di girasoli) e con la presenza di qualche vite. Alcune zone di incolto rendono questo territorio assai adatto alla sosta e nidificazione di diverse specie di uccelli, massime in primavera ed autunno.
Il termine piemontese "puciu" indica la nespola (Mespilus germanica), una pianta arborea o arbustiva appartenente alla famiglia delle rosacee. Essa venne introdotta in Piemonte dai romani, che la avevano importata dal Nord Europa, e si tratta di un frutto acidulo e poverissimo, quasi scomparso ed oggi in fase di "romantico" rilancio.
Il termine bigat, diffuso in tutto il nord Italia, indica i bachi: in provincia di Cuneo il loro allevamento (collegato alla coltivazione dei gelsi) era diffusissimo, perché collegato dalla forte domanda delle centinaia di aziende seriche presenti sin dal tardo '400.
Nel corso della Settimana Santa, Trinità allestisce una suggestiva rievocazione della Passione.Ad aprile si tiene la Festa Patronale, mentre tra giugno e luglio iniziative gastronomiche allietano le sere d'estate, in attesa della Cena sotto le stelle. A novembre, ecco l'attesa Fera di puciu e di bigat che segna il ritorno di un'antica tradizione popolare, rivista ed aggiornata ai nuovi tempi. I "Puciu", i più poveri tra i frutti delle campagne trinitesi, mai scomparsi del tutto, sono ora tornati in discreta abbondanza, suscitando fra i numerosissimi visitatori curiosità ed interesse, come i bachi da seta, anch'essi simbolo dell'economia rurale fino all'inizio del secolo scorso.
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